Ma che ti lamenti a fare?

Ma che ti lamenti a fare?

Ma che ti lamenti a fare?

La maturità è quando smetti di lamentarti e cercare scuse, e inizi a fare cambiamenti”. (Roy T. Bennett)

Così recita l’aforisma che ti ho proposto l’altro ieri e da qui parte la mia riflessione di questa settimana. Abbiamo già parlato delle scuse qui e qui ora voglio dedicarmi allo sport nazionale maggiormente diffuso.

No, non sto parlando del calcio… bensì della lamentela.

Sono fermamente convinta che sia il caso di fermarsi a riflettere e dedicare a questo tema un approfondimento specifico. Molte persone con le quali lavoro hanno un dialogo interiore, o esteriore, fatto di lamentele e ce l’hanno più di quanto vogliano realmente ammettere.

Le persone si lamentano per le più svariate ragioni: per genitori invadenti, colleghi non collaborativi, capi pretenziosi, clienti stressanti, incombenze pesanti, figli disobbedienti, destino avverso, mancanza di tempo… governo ladro, piove sempre sul bagnato, non ci sono più le mezze stagioni…

Perché ci lamentiamo?

C’è una motivazione di fondo che accomuna tutti noi: ci lamentiamo perché in qualche misura ci sentiamo in diritto di ricevere o di ottenere qualcosa da qualcuno. E proprio questo stato di diritto ci imprigiona e spesso ci tiene arroccati su posizioni tossiche senza spronarci all’azione.

Naturalmente c’è anche l’illusoria sensazione di piacere che proviamo nel lamentarci costantemente, sto parlando del tanto sopravvalutato SFOGO!

Calma, calma… non sto dicendo che sfogarsi sia sbagliato o che non si debba fare, semplicemente sto dicendo che se ogni volta che parli con quell’amico o quell’amica, con tuo marito o tua moglie, non fai altro che lamentarti di una data situazione e ti racconti che non hai via d’uscita perché tu non puoi farci nulla… beh mi spiace ma stai soltanto allenando il muscolo dell’autocommiserazione.

Qual è la ricompensa che ottieni dalla tua lamentela?

È vero, come ci spiega la psicologia comportamentale, che tutti i nostri comportamenti sono operativi ovvero li mettiamo in atto nel tentativo di ottenere o di evitare qualcosa. Di fatto quando ci lamentiamo otteniamo solo uno sfogo, e quindi un apparente beneficio momentaneo, e continuiamo solo ad attrarre negatività.

Con la lamentela, infatti, non farai altro che alimentare i pensieri negativi e far sì che quel problema diventi sempre più grande, rendendoti d’altro canto sempre meno tollerante sia rispetto a quella specifica situazione, sia rispetto a tutto il resto.

In sostanza quel finto attimo di piacere che provi sfogandoti fa sì che dalla lamentela all’azione il passo sia lunghissimo, mentre aumenterà velocemente l’autocommiserazione.

Come spezzare il circolo vizioso?

La lamentela e la conseguente autocommiserazione si basano sul presupposto: "Io sono una vittima!" o, in alternativa, sulla sua variante: “Tutti ce l’hanno con me!”. Ponendo le basi per il fallimento. Un atteggiamento simile non farà altro che alimentare pensieri ruminanti, in cui tutto dipende da fattori esterni avversi.

Ciò che ti salverà è ancora una volta la consapevolezza unita al cambio di prospettiva. Quindi poniti al centro e chiediti: che cosa posso fare con le cose che mi succedono? Come posso agire per risolvere questo problema?

Non fare quella faccia, sono davvero ben poche le situazioni irreversibili.

Siamo animali sociali e pensanti, capaci di analizzare, agire, decidere e influenzare ciò che ci circonda.

Come tali possiamo partire da qui:

  • Ascoltati quando parli, questa frase è una buona guida: “La mia regola è usare soltanto parole che migliorino il silenzio”. (Eduardo Galeano).
  • Coltiva la gratitudine, tieni un diario in cui annotare ogni sera 3 cose di cui essere grato.
  • Per ogni situazione di cui ti lamenti, scrivi:

- 5 cose che puoi iniziare a fare per aiutarti a risolvere la tua situazione attuale.

- 5 cose che devi smettere di fare per non alimentare il problema.

- Chi sono gli alleati (persone, cose, situazioni) che possono aiutarti -> Chiedi aiuto!

- Chi sono i nemici (persone, cose, situazioni e comportamenti) e tienili lontani.

Se proprio fai fatica… fai il gioco suggerito da Will Bowen in “Io non mi lamento”: indossa un braccialetto (meglio se viola) con la scritta "Io non mi lamento" e inizia la sfida (puoi farlo anche casalingo): stai tre settimane senza lamentarti. Ogni volta che ti lagni, cambia polso al braccialetto e ricomincia da capo a contare i giorni. È difficile, ma vale la pena. Smettere di lamentarsi è anche un’abitudine e come ogni abitudine, in 21 giorni si può correggere!

 

 

 

Vuoi lavorare su questi temi? Contattami o scopri i miei percorsi e il mio metodo!