Come dire ciò che desideriamo senza suscitare ostilità?

Come dire ciò che desideriamo senza suscitare ostilità?

Come dire ciò che desideriamo senza suscitare ostilità?

Qualche settimana fa mi è accaduto uno spiacevole episodio, erano circa le 9:30 del mattino e ed ero su un autobus per andare a un appuntamento, avevo uno zaino molto pesante con diverso materiale e dalla mia la fortuna di trovare un posto libero. Nel frattempo ricevo una telefonata da un cliente e non mi accorgo che intorno a me si crea un gruppetto di persone di circa 60-65 anni che iniziano a discutere fra loro, riemergo dalla telefonata, durata non più di un paio di minuti, e mi coinvolgono aspramente nella conversazione accusandomi di maleducazione e superficialità per non aver pensato di cedere il posto. Presa alla sprovvista mi scuso e spiego che semplicemente ero distratta dalla telefonata e che per via di un problema alle mani, stare in piedi e tenermi ai corrimani a volte non mi è proprio possibile. E per tutta risposta il “leader” del gruppetto pronuncia questa frase: “Se lei ha un handicap alle mani che non è visibile, vada in giro con un cartello, almeno nessuno la giudicherà male!”.

Perché vi ho raccontato questa storia? Aldilà della frase e del soggetto che si commenta da solo, questo episodio porta con sé diversi spunti di riflessione.

Nell’ultimo post parlavamo di quanto troppo spesso siamo stati educati a pane, ostilità e giudizio nei confronti degli altri. L’etichetta di buono o cattivo la mettiamo ogni istante a tutto ciò che ci circonda e fin qui tutto bene (o quasi!), peccato che ciò che ci trae in inganno e ci mette spesso nella condizione di danneggiare i rapporti con gli altri è il metro di misura che utilizziamo.

Ancora una volta corre in nostro aiuto Marshall Rosenberg che per teorizzare i principi della comunicazione nonviolenta parte da due domande: “Che cos’è che ci fa allontanare dalla nostra natura empatica, portandoci a tenere comportamenti violenti e strumentalizzanti? Cosa invece ci tiene collegati e ci permette di rimanere empatici anche nelle situazioni peggiori?”.

La risposta sta tutta nel linguaggio che utilizziamo. Le parole che scegliamo. E io aggiungerei nel coraggio di ascoltare l’altro sospendendo il giudizio.

La CNV (comunicazione nonviolenta) è la nostra bussola e ci guida nel riprogrammare il modo in cui esprimiamo noi stessi e ascoltiamo chi ci parla. Ci aiuta a superare le solite reazioni automatiche e abituali, insegnandoci a utilizzare le parole con coscienza e a basarle sulla completa consapevolezza di ciò che sentiamo, percepiamo e vogliamo. In sostanza impariamo a esprimerci in maniera chiara e onesta, ascoltando i nostri bisogni e mantenendo la nostra attenzione nei confronti degli altri a un elevato livello di empatia e rispetto.

Come è meglio procedere?

Rosemberg individua quattro componenti specifiche che permettono all’empatia di manifestarsi in maniera naturale

1) L’OSSERVAZIONE: il primo step è quello di osservare oggettivamente che cosa sta realmente accadendo in una specifica situazione: cosa stiamo osservando o ascoltando in quello che il nostro interlocutore dice o fa e che influenza il nostro benessere? Qui il trucco sta nell’articolare la nostra osservazione senza introdurre giudizio, ciò significa senza valutare. Cosa che non è assolutamente scontata.

2) I SENTIMENTI/LE EMOZIONI: a questo punto affermiamo come ci sentiamo quando osserviamo quell’azione. Siamo tristi, gioiosi, felici, delusi, irritati?

3) I BISOGNI: passiamo poi a esprimere i nostri bisogni, i valori o i desideri collegati ai sentimenti che abbiamo identificato.

4) LE RICHIESTE: infine passiamo alla fase della richiesta delle azioni concrete che arricchirebbero la nostra vita.

Lo stesso identico processo lo metteremo in atto nei confronti del nostro interlocutore per chiarire cosa lo irrita o causa la sua tristezza, la sua gioia o la sua frustrazione, avviando una conversazione empatica e non conflittuale.

Per esempio il tizio del bus avrebbe potuto dirmi: “Signora, quando vedo persone giovani che occupano i pochi posti a sedere e non osservano chi sale sul bus, mi irrito. Credo nell’attenzione nei confronti del prossimo. C’è un motivo particolare per cui è seduta? Sarebbe disposta a cedere il suo posto?”.

Una mamma dal canto suo potrebbe manifestare così la sua irritazione: “Marco, quando vedo tre paia di calza sul divano, due paia di scarpe sotto il tavolino, la tazzina del caffè finito sul tavolo, mi sento irritata perché ho bisogno di ordine negli spazi che utilizziamo in comune. Saresti disposto a portare le scarpe e le calze in camera tua, oppure a mettere le calze in lavatrice, nel caso in cui siano sporche?”.

E voi come vi rivolgete agli altri?